Proviamo a pensarci privi di strumenti e cultura, svuotati di tutto quel bagaglio che ci siamo guadagnati grazie a un faticoso studio o di quel tanto che abbiamo avuto la fortuna di assorbire nel nostro imprinting fatto di tecnologia di ultima generazione.
Facciamo un ulteriore passo indietro. Un bel giorno ci svegliamo e, senza sentirsi i destinatari di un particolare disegno punitivo, ci troviamo a stringere tra le mani soltanto un misero osso e della pelle di animale, come accadeva nelle tribù primitive. Al di fuori di qualsiasi fortezza culturale, immaginiamoci catapultati in un ritorno alle origini creatrici dell’umanità, in un luogo in cui l’unica preoccupazione coincide con la parola “sussistenza”, e dove ogni azione trova il proprio obbiettivo nella semplice soddisfazione del desiderio di sopravvivere. Lì, dove si assapora il sapore selvatico e crudo dell’esistenza. Lì, dove nessuna cultura mediatrice può intercedere di fronte all’istinto ineluttabile di sopraffazione e aggressività umana. In questo luogo, senza poter ricorrere alla delicata carezza della conoscenza, ricca di rigogliosi affluenti costruttivi, quale arma potremmo sfoderare? Senza quei discorsi virtuosi che scuotono l’animo voluttuoso ed egoista di cui oggi siamo capaci – frutto operoso di evoluzioni culturali – cosa ne sarebbe di noi?
Una domanda semplice, ma stimolante. Certo, in un contesto primitivo, ripeteremmo esattamente ciò che i nostri antenati sono stati in grado di fare. Quello che era nel loro codice genetico è stato pedissequamente eseguito. Si trattava di un semplice animo da cacciatore quello dell’uomo svestito di cultura, che agiva secondo emozioni basiche: oltre all’amore e all’odio, lo assaliva spesso la paura per ciò che non conosceva, un terrore scaturito dall’ignoto, percepito per lo più come pericolo da cui fuggire.
Ma con la consapevolezza di quanto miracoloso sia l’atteggiamento propositivo del sapere – e della meravigliosa molteplicità di espedienti verbali contenuti in esso – non esiteremmo nella scelta di attraversare il canale culturale che dona strumenti ineguagliabili per la comprensione di ogni singola mente e del mondo che l’aggroviglia. E allora capiremmo che spesso il comportamento aggressivo non è altro che il diretto discendente della mancanza di competenza e dottrina.
Come direbbe il filosofo Baruch Spinoza, è dalle idee inadeguate – ovvero da una conoscenza incompleta della realtà – che nascono le passioni distruttive. Una insufficienza del sapere che fa sentire carenti, sprovvisti di un salvagente adatto a navigare una vita sempre più complessa e specializzata. E non conoscere diventa un male sintomatico. Ci troviamo di fronte a un mondo che corre davvero troppo veloce per tenere tutti al passo: qualcuno resta indietro o peggio, non riesce a rimanere a galla. Chi ci riesce dovrebbe fare uno sforzo: provare a decifrare il dolore che potrebbe nascondersi dietro l’incompetenza. Ascoltare il grido tenero dell’imperfezione e dell’ignoranza che, a volte, parla attraverso un’aggressività da ridefinire.

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