Active News Blog CULTURA GENERALE L’Odissea di Nolan. La necessità del ritorno all’umano

L’Odissea di Nolan. La necessità del ritorno all’umano

Odissea

Rivivere il capolavoro che ha forgiato la topografia della nostra mappa culturale attraverso una pellicola come quella di Nolan. È una vera fortuna riuscire ancora a sedersi davanti a un grande schermo e avere la possibilità di lasciarsi trasportare dentro a un eccezionale rischiarimento delle peripezie epiche che hanno tracciato i solenni segmenti dell’occidente. Soprattutto quando ci si trova di fronte a Odissea, un lavoro cinematografico che chiede solo di comprendere – in meno di tre ore – qualche altra sfumatura del racconto che pensiamo di conoscere bene.

La storia di Ulisse è tutt’altro che scontata. È la narrazione di un eroe straordinario che si rigenera ininterrottamente: comunica senza sosta, non si esaurisce nel suo studio. È stata infatti scritta per interrogarla, per lasciarla ossigenare alla luce come un prisma, e poterne poi osservare l’esplosione di colori.

E serviva l’occhio scientifico e appassionato di un regista come Christopher Nolan – un tecnico delle luci sentimentali umane – per riuscire a cogliere quel profilo non ancora vagliato del viaggio esplorativo-filosofico di Ulisse. Egli ha preso in prestito un colosso della letteratura e lo ha adagiato sotto i raggi del sole, su un fianco, per farlo brillare in una nuova, dinamica, insoluta versione di sé. Solo in questo modo un modello tanto prezioso – e a noi così caro per la lettura filologica della nostra tradizione – avrebbe potuto ancora una volta essere innalzato e glorificato nella sua importanza simbolica. Eternamente riscosso nei suoi significativi messaggi.

Uno tra questi, quello del ritorno, il momento che si scolpisce come obiettivo finale, l’ultima tappa che giustifica un programma così complesso e vorticoso di un viaggio lungo dieci anni. Tornare a Itaca, riabbracciare l’amata Penelope, rivedere il figlio Telemaco,  riconquistare la sua vera vita. Un archetipo della storia della letteratura. Non esiste viaggio senza il pensiero del rientro in patria. Tornare sempre al punto d’origine a cui ci si sente appartenere per comprendere – attraverso il proprio percorso di maturazione, fatto di inciampi e di conquiste – la voce della propria coscienza, l’essenza della propria identità.

A Omero e al suo Ulisse, si ritorna sempre. Lo hanno fatto Seneca e Cicerone. A seguire, anche Dante, Joyce, Lévinas. Un mito immortale quello dell’eroe omerico che rilancia il leitmotiv della nostra dipendenza al passato, a quella giuntura fondante che garantisce una continuità necessaria per un integro mantenimento del proprio io.

Ritornare. Il movente cruciale che esorta l’eroe a non desistere. Qui, però, risiede la divergenza tra Omero e il regista dell’Odissea. Il luogo del ritorno – diversamente dalla lettura tradizionale – non conduce più al ristabilimento, all’ordine, al trionfo. Il nostos, tradotto da Nolan, porta con sé le cicatrici, gli smarrimenti, la perdita delle persone care e la coscienza di un tempo annientato, ormai irrecuperabile. Ricalcare vittorioso il suolo nativo non lascia Ulisse immune dal dolore e dagli strazi vissuti. Ritorna a casa, ma non è più lo stesso. È sì sopravvissuto, ma ora deve fare i conti con il peso di cui ha caricato la propria coscienza. Le sue azioni hanno scatenato effetti oltremodo irreversibili, hanno sacrificato innocenti e macchiato la civiltà con un sanguinoso capitolo di guerra.

Con Nolan, il prode leggendario mostra finalmente la debolezza più saggia da contemplare: la consapevolezza di non aver compiuto solo azioni lodevoli ma, piuttosto, di essere parte dell’orrore del mondo. Un male necessario che si affianca al suo nome titanico. Un male che ora è urgente mostrare se si vuol descrivere con sensibile accuratezza la figura di Ulisse. Un uomo che deve poter esser ricordato anche per aver gettato lo scudo di fronte alle responsabilità e ai patimenti, lasciandosi investire dalle fragilità e dai sensi di colpa. Ed è proprio questo che lo rende – fra tutti – l’eroe più umano.

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