16/09/2026
Peschiera Borromeo

Due amiche in cammino sulla Francigena

Marzia e Cristina sulla via Francigena

In cammino sulla via Francigena, un passo dopo l’altro, per arrivare alla meta superando la fatica e gli ostacoli. Ecco cosa hanno vissuto la peschierese Marzia Moro, classe 1976, e la pantigliatese Cristina Zontini, classe 1977.

La Via Francigena, Francisca o Romea, è parte di un fascio di percorsi, detti vie romee, che dall’Europa occidentale, in particolare dalla Francia, conduce nel Sud Europa fino a Roma proseguendo poi verso la Puglia (dove vi erano i porti d’imbarco per la Terrasanta, meta di pellegrini e di crociati). Nel 1994 è stata dichiarata “itinerario culturale europeo” assumendo, alla pari del cammino di Santiago di Compostela, una dignità sovranazionale.

Durante il percorso viene rilasciato il passaporto del pellegrino – il documento ufficiale da timbrare per attestare il tragitto e ricevere l’attestato finale (Testimonium a Roma). Moro e Zontini raccontano i momenti più salienti, le emozioni provate e il desiderio di ripartire.

Come è nata la spinta di mettersi in cammino?

«È nata un po’ dalla voglia di fare qualcosa di diverso dal solito, di staccare dalla quotidianità e soprattutto di metterci alla prova. Siamo abituate a camminare insieme quasi tutte le domeniche, ma volevamo capire cosa significasse farlo per più giorni consecutivi, con lo zaino sulle spalle e una meta da raggiungere ogni giorno».

Il percorso precedente: quando e qual è stato?

«La nostra prima prova su più giorni è stata questa primavera. Eravamo quattro amiche pellegrine. Insieme a Erica Bombardieri e Viviana Bersani siamo partite da Milano lasciandoci alle spalle, per tre giorni, la vita frenetica. Il nostro cammino ci ha portate lungo la pianura, attraverso il Pavese e il Lodigiano, fino a proseguire verso Piacenza e Fidenza. Alla fine, il bilancio è stato di 3 giorni, 3 tappe, 85 km, circa 120.000 passi, 11 timbri sulla credenziale e uno zaino di circa 8 kg perennemente sulle spalle. E anche tre serpentelli incontrati lungo il percorso, che avremmo volentieri evitato!».

Cosa rimane impresso del viaggio?

«I numeri raccontano solo una piccola parte del viaggio. Quello che ricordiamo di più sono le persone incontrate e quella solidarietà spontanea che sembra appartenere al cammino. Nel precedente viaggio a Ospedaletto Lodigiano, per esempio, il ragazzo dell’Osteria del Popolo, dato che non avevamo trovato nulla per cenare, ha aperto la locanda solo per noi quattro nonostante fosse chiusa per il Primo Maggio.
Poi l’incontro con Danilo, detto il “Caronte del Po”. Abbiamo attraversato il Po sulla sua barchetta insieme ad altri pellegrini e, una volta arrivate sull’altra sponda, ci ha accolte nella sua casa. Tra una fetta di salame, un bicchiere di vino e tante storie ci ha raccontato la Via Francigena e ciò che rappresenta per lui e per chi la percorre.
L’ultima tappa è stata probabilmente la più dura, soprattutto per il caldo e per i lunghi tratti senza incontrare praticamente nessuno. Proprio quando eravamo più stanche, tra Fiorenzuola e Fidenza, abbiamo trovato la casa di Massimo, che ci ha fatte riposare nel suo giardino e ci ha offerto qualcosa da bere e da mangiare. Sono piccoli gesti, ma quando cammini da ore diventano enormi. È stata quell’esperienza a farci capire che avremmo sicuramente continuato».

In questo viaggio quanti km avete percorso e come è iniziato?

«Questa volta siamo ripartite in due, Cristina e io, scegliendo uno dei tratti più belli della Via Francigena in Toscana, da San Gimignano a Siena. Nella seconda tappa ci ha poi raggiunte Viviana.
Il percorso vero e proprio sulla Francigena è stato di circa 55 km, ma tra le tappe e tutti gli altri spostamenti fatti a piedi durante i tre giorni in Toscana alla fine il nostro contachilometri è arrivato a circa 72 km complessivi. È stato un cammino molto diverso dal precedente. In primavera avevamo scelto volutamente la pianura, un terreno più vicino a quello su cui siamo abituate ad allenarci. In Toscana ci siamo invece confrontate con continui saliscendi, strade bianche e dislivelli, ma anche con paesaggi che cambiano continuamente sotto i piedi».

Quali sono le difficoltà maggiori?

«La fatica naturalmente si sente, soprattutto dopo diverse ore di cammino, quando i chilometri iniziano ad accumularsi nelle gambe. Ci sono il caldo, i dislivelli, lo zaino e quei piccoli dolori che prima o poi inevitabilmente si fanno sentire. I momenti di crisi e di stanchezza arrivano, ma poi passano. Bisogna trovare il proprio modo per superarli: qualche volta mettiamo un po’ di musica e continuiamo a camminare, altre volte basta semplicemente alzare lo sguardo e osservare il paesaggio che lentamente cambia sotto i nostri piedi.
E poi c’è una cosa che aiuta moltissimo: sapere che, passo dopo passo, stai comunque andando avanti. Quando ti volti e pensi a quanta strada hai già percorso, anche la fatica assume un significato diverso».

Essere allenate vi ha aiutato?

«Siamo abituate a percorrere tra i 10 e i 15 km, quindi siamo abbastanza abituate a camminare. Un percorso di più giorni, però, è un’altra cosa. Il fisico conta, ma abbiamo scoperto che conta tantissimo anche la testa: bisogna saper gestire le energie, accettare qualche momento di stanchezza e adattarsi a quello che succede lungo la strada. E soprattutto bisogna ricordarsi che, quando alla sera pensi di aver finito, il mattino dopo rimetti lo zaino sulle spalle e ricominci».

Com’è il percorso condiviso tra amiche?

«È sicuramente una delle parti più belle dell’esperienza. Ormai durante il cammino abbiamo anche un po’ i nostri ruoli. C’è chi si occupa delle fotografie e chi monitora il percorso, perché è facile sbagliare strada! Passare tante ore insieme camminando è molto diverso dal vedersi nella vita di tutti i giorni. Si parla tantissimo, si ride, ma ci sono anche lunghi momenti di silenzio. Quando una delle due è più stanca, l’altra aspetta. Ci si incoraggia, si impara a rispettare il ritmo dell’altra e anche una deviazione sbagliata, alla fine, diventa qualcosa su cui ridere».

Quali emozioni vi portate a casa?

«Lungo la Francigena non ci si sente mai completamente soli. Anche in Toscana abbiamo ritrovato quello spirito di accoglienza che ci aveva colpite durante il primo viaggio. Tra le soste che ricordiamo con particolare piacere c’è quella da Marcello, al ristoro che accoglie i pellegrini offrendo loro la colazione e che è diventato un vero punto di riferimento per chi percorre la Francigena in quella zona. È proprio questo genere di incontri a rendere il cammino diverso da un normale viaggio. Forse è una delle cose che ci piace di più della Francigena: parti pensando alla strada e ai chilometri, ma alla fine ricordi soprattutto le persone, i gesti, le chiacchiere e l’accoglienza incontrata lungo il percorso».

Cosa vi lascia il cammino?

Forse la nostra esperienza si può riassumere proprio così: la Via Francigena non ti cambia la vita stravolgendola, ma in qualche modo ricalibra la tua bussola interna. Quando torni alla quotidianità rimane una strana nostalgia del cammino, una specie di saudade (malinconia): la voglia di rimettere lo zaino sulle spalle e ripartire. Perché alla fine capisci che la meta conta, certo, ma non è la cosa più importante. Quello che rimane davvero è un nuovo modo di guardare la strada, le persone e forse anche un po’ se stessi».

Prossima meta?

«Il nostro desiderio è di proseguire fino a Roma».

Foto principale: a partire da sx Marzia Moro e Cristina Zontini

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